A distanza di una settimana dallo sciopero nazionale indetto dal sindacato USB e
altri collettivi politici in merito alla questione israelo-palestinese “lə studentə” di
Cambiare Rotta tornano a far politica con la compartecipazione di organizzioni
universitarie occupando l’intero dipartimento di scienze politiche dell’Università “La
Sapienza” di Roma, dopo il successo riscontrato al dipartimento di Lettere e
Filosofia. Doveroso risulta interrogarsi sul diritto e la libertà di portare avanti tale
azione in maniera del tutto spregiudicata, e soprattutto sull’autorità di parlare ed
agire a nome di tutti gli studenti in maniera unilaterale. L’accaduto infatti non è stato
privo di critiche ed opposizione da parte di chi ritiene che nel 2025 lo studio sia un
diritto inalienabile, da dover esercitare anche per chi non è in condizione di farlo.
Limitare i nostri diritti non è certo la soluzione con la quale si può arrivare a far valere
quelli altrui: è invece formando la nuova classe dirigente -specialmente nelle
università- che si può arrivare a conoscere ed interpretare i fenomeni mondiali in
continuo mutamento per tentare di cambiarli. La questione nasce col fine politico di
supportare la Global Sumud Flotilla nella sua traversata verso Gaza: nella notte del
1 ottobre infatti, quest’ultima è stata accompagnata sino al limite delle acque
internazionali dalla fregata “Alpino” della Marina Militare Italiana, a 150 miglia dalle
coste della Striscia. Il motto comune era “se toccano la Flotilla blocchiamo tutto”;
tuttavia l’occupazione è stata preventiva, pianificata già nei giorni precedenti,
considerando anche la mobilitazione delle stesse organizzazioni protagoniste
dell’occupazione. Non è mancata però una voce di dissenso interna alla stessa
comunità di studenti che, pur appoggiando la causa palestinese e il disgusto per le
morti di civili, mettevano in discussione la metodologia applicata dagli occupanti. “La
cultura non si chiude a chiave” recitava lo striscione di due studentesse contrarie
all’occupazione, aperte al confronto pacifico ma totalmente avverse a quanto
avvenuto nel dipartimento. Tutto ciò avviene contemporaneamente a quelle che
potrebbero essere una svolta storica alla questione: da un lato, la volontà del
governo italiano di voler riconoscere lo Stato di Palestina libero dalla deriva
terroristica di Hamas; dall’altro, la proposta di un piano di pace in 20 punti da parte
del presidente statunitense Donald Trump, che prevede l’istituzione di un “consiglio
di pace” a guida trumpiana con il sostegno di altri insigni membri quali Tony Blair, ex
primo ministro laburista inglese. Qual’è dunque il fine ultimo di tali azioni? Come mai
ci si mobilita proprio ora che lo scenario internazionale si è messo all’opera per una
soluzione definitiva ad una questione pluridecennale? I manifestanti sostengono tali
piani o preferiscono una soluzione “from the river to the sea” continuando a non
condannare l’organizzazione terroristica di Hamas? La recente inchiesta del giornale
“il Tempo” sembrerebbe confermare tali derive estremiste della mobilitazione propal,
che ha identificato possibili legami tra i finanziatori della Flotilla e noti gruppi vicini ad
Hamas. Il dipartimento, a detta dei manifestanti, resterà occupato fino a venerdì 3
ottobre, giornata in cui è stato indetto un nuovo sciopero nazionale, costringendo
migliaia di studenti pendolari e fuori sede a restare in bilico senza poter esercitare il
diritto allo studio. Non si vuole criticare la fattezza nè tantomeno le giuste ragioni
della protesta, ma ci si vuole interrogare sulla noncuranza da parte di alcuni studenti
nel ricercare un confronto atto a dar voce a tutta la comunità universitaria, la quale
unità avrebbe generato un eco maggiore capace di porre in primo piano i FINI e non
i MEZZI della protesta.
La Terza Pagina